Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Sotto casa

Lavoro da casa da ormai cinque anni, e il mio rapporto con la finestra della stanza che uso come ufficio è cambiato più di quanto avrei immaginato. All’inizio era una semplice fonte di luce, un’interruzione dello schermo quando alzavo gli occhi per pensare. Poi è diventata un punto di osservazione. Ora è una specie di finestra narrativa, nel senso che se mi fermo a guardare per più di trenta secondi succede sempre qualcosa che mi costringe a riconsiderare quello che stavo facendo o, più spesso, a non concluderlo.

Vivo in una via di Genova che non è né centrale né periferica, di quelle che esistono solo per collegare due punti leggermente più importanti. Il traffico è quello che è, il rumore di fondo è costante ma non fastidioso, un ronzio a cui ti abitui come al frigo che parte la notte. La cosa che mi colpisce è che le facce cambiano molto più lentamente di quanto pensassi. Passano i mesi, le stagioni, e le persone che vedo dalla finestra sono sempre le stesse. Hanno gli stessi orari, gli stessi cani, gli stessi modi di attraversare la strada guardando il telefono. È confortante, ma anche un po’ inquietante se ci pensi, perché significa che anche io sono probabilmente diventato parte del paesaggio per qualcun altro, il tipo che ogni mattina alle otto e mezza apre la finestra e controlla il cielo con un’espressione tra il rassegnato e il dubbioso.

L’altro giorno ho notato che il tabaccaio ha cambiato l’insegna. Non quella nuova, quella nuova è uguale alla vecchia. Ha cambiato il carattere, le dimensioni, la disposizione delle parole. Sembrava la stessa insegna, ma non lo era. Me ne sono accorto perché c’era un operaio che la stava montando e quella vecchia era appoggiata a terra. La differenza era minima, quasi impercettibile. Mi sono chiesto quanto tempo sarebbe passato prima che qualcun altro se ne accorgesse. O se qualcuno se ne sarebbe mai accorto. Forse è questo il senso di certe cose minime che fai per te stesso senza dirlo a nessuno: non le fai perché vengano viste, le fai perché ne hai voglia. Come quando sistemi un cassetto che nessuno apre, solo per la soddisfazione di sapere che è in ordine.

Il vicino del piano di sotto ha preso un gatto. Lo so perché lo sento miagolare quando passo davanti alla porta, e perché ho visto una ciotola sul balcone. Non ho mai parlato con questo vicino, ci scambiamo un cenno quando capita, e ora che so del gatto mi sembra di conoscerlo meglio. È una cosa stupida, lo so, ma funziona così. I dettagli creano connessioni che non hai chiesto e non volevi, ma che si formano lo stesso. Non so come si chiami, ma so che ha un gatto, e questo basta a farmelo sembrare più umano.

Stamattina pioveva, una pioggia leggera di quelle che non bagnano veramente ma ti obbligano comunque a chiudere la finestra. Ho guardato la via deserta per un minuto buono, in attesa che succedesse qualcosa, e niente. Un gabbiano è passato, ha fatto un giro e se n’è andato. Poi ha ricominciato a piovere. Ho chiuso la finestra e sono tornato al lavoro. Alle tre pomeridiane il sole era tornato e sembrava che non fosse mai successo nulla, come se Genova avesse deciso che quella mattina non era abbastanza interessante per essere ricordata.

Non so se è un buon modo di vivere, questo stare fermi a guardare gli altri che si muovono. Probabilmente no. Ma non è nemmeno la scelta peggiore. A volte mi chiedo cosa vedano loro, dalla loro prospettiva, quando incrociano lo sguardo di qualcuno che dalla finestra li osserva. Un tizio con la barba bianca e l’aria distratta, probabilmente. O forse non mi vedono proprio. Forse sono io quello che fa parte del paesaggio.