Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Il volume è una questione di principio

La musica, a casa mia, si ascolta forte. Non è una posizione, è una condizione: se abbasso il volume mi sembra di guardare un pezzo da fuori, come chi passa davanti a una vetrina e vede la scena ma non sente i dialoghi.

Basso o forte non è la stessa cosa. Un pezzo ascoltato piano diventa arredamento: riempie i vuoti, accompagna, non chiede niente. Alzato smette di essere sfondo e diventa il centro della stanza; allora senti il basso che ti arriva nello stomaco, la chitarra che taglia, quel dettaglio in fondo al missaggio che a volume basso semplicemente non esiste. C’è un punto esatto, verso i tre quarti della manopola, in cui la musica smette di essere una cosa che ascolti e diventa una cosa che ti succede.

Poi c’è il repertorio. Malgrado gli anni passino, il catalogo non si aggiorna: dance dei Novanta, new wave degli Ottanta, rock, un po’ di elettronica. La gente mi chiede cosa ascolto di nuovo e io non so rispondere, perché la risposta onesta è: quasi niente. Non è snobismo e non è che la musica di oggi non valga nulla. È che certe cose le hai imparate a memoria quando avevi vent’anni, e funzionano ancora come allora.

Che poi la verità è banale: la musica per me non è mai stata un accompagnamento. È un’attività. Uno che accende e alza non sta facendo altro, sta ascoltando, e ha bisogno del volume per farlo come si deve.

Qualcuno bussa, ogni tanto. Non sempre per protestare, a volte solo per chiedere cosa sia quello che sto sentendo. In ogni caso, dopo un po’, riabbasso. Non per educazione: perché a un certo punto basta così.

Il giorno dopo, ovviamente, ricomincio.