Il primo vero caldo dell’anno è arrivato stanotte. Dico stanotte perché ieri sera, quando sono uscito a portare i cani, ancora c’era quel fresco di maggio che ti fa prendere la felpa. Stamattina alle sei e mezza l’aria era già densa.
La settimana è stata lunga. Niente di cui lamentarsi, intendiamoci. Solo il rumore di fondo delle riunioni che si accumula, slide su slide, previsioni su previsioni. In ufficio si vive con l’aria condizionata che parte alle otto e non molla fino a sera. Fuori il sole picchia, ma tu sei lì al chiuso a guardare numeri su uno schermo. A un certo punto non sai più che giorno è, che temperatura fa, se piove o tira vento. Lo scopri quando esci, alle sette di sera, e la prima boccata d’aria ti ricorda che esiste un mondo fuori dal tunnel LED dei faretti dell’ufficio.
Il viaggio di ritorno è diventato prevedibile come un orologio. La provinciale, le curve, la salita. Poi l’ultimo tratto in cui il telefono perde campo. Arrivo, spengo il motore, e per qualche secondo resto seduto in macchina a non fare niente. Non so perché lo faccio. Forse è il passaggio tra due mondi che richiede un attimo di pausa. Il rumore delle riunioni che smette, il silenzio che prende il sopravvento.
Chuby si alza dal suo posto sul pavimento del bagno — il punto più fresco della casa — mi guarda come a dire “ah, sei tu”, si stiracchia e si riaddormenta. Bolla fa molto più casino. Salta, piagnucola, pretende attenzioni immediate, come se fossi stato via un mese invece di otto ore. Bisogna fare il turno di coccole con tutte e due. Poi si esce, perché i cani non aspettano, e la sera è il momento migliore.
La creuza che scende verso la provinciale è quasi completamente inghiottita dalla vegetazione. Ci siamo arresi anche noi, ormai. La usiamo solo per il primo pezzo, quello che porta alla stradina sterrata che abbiamo tenuto pulita. Più in giù non si passa più. Ricordo quando da ragazzo ci passavo col motorino. Oggi non ci passerebbe nemmeno una capra.
È strano come i posti cambiano senza che te ne accorga. Non è che un giorno ti svegli e la creuza è scomparsa. Succede piano, un rovo alla volta. Un anno non tagli, l’anno dopo è già tardi. Poi arriva il momento in cui guardi quel sentiero e non lo riconosci più. E ti chiedi se eri troppo occupato per accorgertene, o se è solo così che funzionano le cose. Le strade, le persone, le abitudini. Spariscono per accumulo.
Domani si ricomincia. Un’altra settimana di slide, di numeri, di respiro trattenuto. Ma stasera, mentre il sole cala e il silenzio torna a farsi sentire, va bene così. Il caldo umido dell’estate che arriva, la casa che si riempie di ombre lunghe, i cani che russano. Non c’è molto altro da dire.