Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Quaderni dimenticati

Questo pomeriggio ho aperto un cassetto che non aprivo da anni. Cercavo le bollette del 2022, una ricerca disperata per un rimborso che probabilmente non arriverà mai, e invece sono spuntati fuori un paio di Moleskine nere, quelle con l’elastico e la tasca interna, comprate quando lavoravo ancora in consulenza. Il fascino di iniziare un quaderno nuovo era direttamente proporzionale alla certezza di abbandonarlo a metà, ed entrambi si fermano a pagina 29 e a pagina 34, lì dove la penna ha smesso di correre e la vita si è messa in mezzo.

Leggere quello che scrivevo nel 2014 è un’esperienza che consiglio a chi ha un conto in sospeso con la propria autostima, perché è il modo più rapido per accorgersi di quante cose sembravano drammaticamente urgenti e definitive e che invece, dieci anni dopo, non sapresti nemmeno riassumere a cena. C’è un intero paragrafo sul senso di colpa per non aver risposto a una mail di un certo Matteo. Non so chi sia Matteo. Non l’ho mai saputo, a dire il vero: lo scrivevo come se fosse ovvio, e oggi Matteo è un fantasma. Chissà se anche lui ha un quaderno in cui si sentiva in colpa per me.

Poi saltano fuori appunti su configurazioni di server che all’epoca sembravano complesse — ricordo un pasticcio con bind9 e un DNS che non voleva risolvere, annotato con la cura di chi sta componendo un epitaffio — e che oggi, con un container e un playbook Ansible, farei in un quarto d’ora. Il tempo è anche questo: non solo rughe e capelli bianchi, ma la prospettiva su quanto fosse complicato quello che adesso ti sembra banale.

Quello che mi ha colpito, però, non è la nostalgia. È la distanza.

Non la distanza tra me e la persona che ero nel 2014 — quella è fisiologica, ci speri pure che ci sia, altrimenti vuol dire che non hai imparato niente. È la distanza tra quello che pensavo stesse succedendo e quello che effettivamente stava succedendo. Nei quaderni c’è una narrazione molto lineare, molto sicura di sé: sapevo cosa volevo, sapevo dove stavo andando, sapevo chi erano i buoni e chi i cattivi. Peccato che nel frattempo sia successo di tutto, che molti di quei “buoni” siano spariti e molti di quei “cattivi” siano diventati amici, e che la storia che mi raccontavo fosse solo una delle possibili versioni.

Ho chiuso i quaderni, li ho rimessi nel cassetto, e ho continuato a cercare le bollette del 2022 che tanto non troverò. E questa è forse l’unica cosa che ha senso tenere a mente: non è che a posteriori le cose si chiariscano. Non è vero che il tempo mette ordine. Il tempo mette altre cose sopra, e quelle sotto restano lì con la stessa confusione di prima. Solo che non ti ricordi più bene perché quella confusione sembrava la fine del mondo.

Penso a questa cosa quando qualche collega più giovane mi chiede un consiglio, come se avessi raggiunto una qualche saggezza. Non è saggezza: è solo un accumulo di esperienze che ormai non riesco più a ordinare in una timeline coerente. Ho smesso di tenere quaderni, ormai. Scrivo note sul telefono, che è un modo diverso di dimenticare. Forse tra dieci anni qualcuno troverà il mio iPhone in un cassetto e proverà a farlo funzionare per leggere i promemoria. Buona fortuna.