Maggio è un mese ambiguo, non si capisce mai se vuole essere primavera o se sta già provando l’estate per vedere come gli sta. Stamattina mi sono svegliato con quella luce già alta, troppo bianca, quella che alle otto sembra già mezzogiorno e ti fa sentire in colpa se non hai ancora combinato nulla. Il termometro sul cellulare diceva 24 gradi alle nove, il che a Genova significa solo una cosa: la canicola sta arrivando e tra un paio di settimane saremo tutti incollati ai condizionatori a raccontarci che quest’anno il caldo è peggio dell’anno scorso.
Ho passato mezz’ora a cercare un paio di scarpe che non usavo da ottobre. Le ho trovate in fondo all’armadio, sotto una pila di felpe che probabilmente non indosserò fino a novembre, e mi sono chiesto perché diavolo le teniamo, le cose che non usiamo. So la risposta, naturalmente: perché potrebbe servire. Perché un giorno magari fa fresco a giugno e quella felpa torna buona. Perché buttar via è definitivo e tenere è rimandare la decisione. È lo stesso motivo per cui ho tre cavi HDMI che non so neanche più a quali dispositivi appartengono, ma lì stanno, in un cassetto, nel caso.
Ho fatto colazione fuori, sul balcone, che è la vera prova del nove della bella stagione: se riesci a stare all’aperto senza che una zanzara ti faccia compagnia, allora è ancora primavera. Stamattina eravamo ancora in quella finestra, così ho approfittato. Il gatto dei vicini è passato sul cornicione come se niente fosse, mi ha guardato con quell’aria di superiorità che solo i felini sanno mettere in atto — ed è ripartito verso chissà dove. Se ci penso, invidio quella sicurezza, quel sapere sempre cosa fare senza stare lì a rimuginarci sopra per tre quarti d’ora.
Poi ho aperto la posta, errore. Non che ci fosse qualcosa di urgente, anzi, niente di urgente per fortuna, ma la quantità di roba che arriva e che non hai chiesto è impressionante. Newsletter che non ricordi di aver attivato, notifiche di piattaforme che non usi più da due anni, aggiornamenti di progetti a cui hai partecipato una volta e che ormai non ti riguardano più. Ogni tanto mi chiedo se il vero lusso, ai giorni nostri, non sia una casella di posta vuota. Poi mi ricordo che per averla vuota devi passare un’ora al giorno a cancellare roba, e il paradosso mi sembra sufficientemente grottesco da lasciar perdere.
Nel pomeriggio ho dovuto accompagnare mia mamma dal medico. Una visita di controllo, niente di grave, ma ogni volta che entro in un ospedale mi colpisce sempre la stessa cosa: il rumore. Non quello dei macchinari o dei monitor, quello dei passi. I passi lenti, strascicati, delle persone che aspettano. C’è una fisicità dell’attesa che in pochi posti si percepisce come in una sala d’aspetto di un ambulatorio. Le ginocchia che scricchiolano quando ci si alza, la schiena che si piega, gli occhi che guardano il numero sullo schermo e poi l’orologio, poi lo schermo. Per fortuna è andato tutto bene, tra l’altro.
Stasera, tornando a casa, ho incrociato una coppia di turisti che litigava davanti a una cartina. Lui aveva il telefono in mano, lei cercava di orientarsi con la carta spiegata al vento. Un classico. Mi sono fermato un attimo, ho pensato di offrire aiuto, ma poi lui ha detto qualcosa tipo “ma l’avevo detto di girare a sinistra” con quella vocina frustrata, e ho capito che qualsiasi intervento esterno sarebbe stato solo carburante per il fuoco. Quindi ho proseguito, lasciandoli alla loro disputa cartografica. Forse è la cosa più saggia che ho fatto oggi.
E niente, sono qui, davanti al computer, non so bene cosa volessi dire con tutto questo. Forse che certe giornate non hanno un senso, e va bene così. Forse che il valore sta nei dettagli, non nella trama. O forse semplicemente che oggi non avevo niente di meglio da fare che scrivere queste quattro cose, e in fondo è già qualcosa.