Questo pomeriggio ho aperto un cassetto che non aprivo da anni. Cercavo le bollette del 2022, una ricerca disperata per un rimborso che probabilmente non arriverà mai, e invece sono spuntati fuori un paio di Moleskine nere, quelle con l’elastico e la tasca interna, comprate quando lavoravo ancora in consulenza. Il fascino di iniziare un quaderno nuovo era direttamente proporzionale alla certezza di abbandonarlo a metà, ed entrambi si fermano a pagina 29 e a pagina 34, lì dove la penna ha smesso di correre e la vita si è messa in mezzo.
Leggere quello che scrivevo nel 2014 è un’esperienza che consiglio a chi ha un conto in sospeso con la propria autostima, perché è il modo più rapido per accorgersi di quante cose sembravano drammaticamente urgenti e definitive e che invece, dieci anni dopo, non sapresti nemmeno riassumere a cena. C’è un intero paragrafo sul senso di colpa per non aver risposto a una mail di un certo Matteo. Non so chi sia Matteo. Non l’ho mai saputo, a dire il vero: lo scrivevo come se fosse ovvio, e oggi Matteo è un fantasma. Chissà se anche lui ha un quaderno in cui si sentiva in colpa per me.
Poi saltano fuori appunti su configurazioni di server che all’epoca sembravano complesse — ricordo un pasticcio con bind9 e un DNS che non voleva risolvere, annotato con la cura di chi sta componendo un epitaffio — e che oggi, con un container e un playbook Ansible, farei in un quarto d’ora. Il tempo è anche questo: non solo rughe e capelli bianchi, ma la prospettiva su quanto fosse complicato quello che adesso ti sembra banale.
Quello che mi ha colpito, però, non è la nostalgia. È la distanza.
Non la distanza tra me e la persona che ero nel 2014 — quella è fisiologica, ci speri pure che ci sia, altrimenti vuol dire che non hai imparato niente. È la distanza tra quello che pensavo stesse succedendo e quello che effettivamente stava succedendo. Nei quaderni c’è una narrazione molto lineare, molto sicura di sé: sapevo cosa volevo, sapevo dove stavo andando, sapevo chi erano i buoni e chi i cattivi. Peccato che nel frattempo sia successo di tutto, che molti di quei “buoni” siano spariti e molti di quei “cattivi” siano diventati amici, e che la storia che mi raccontavo fosse solo una delle possibili versioni.
Ho chiuso i quaderni, li ho rimessi nel cassetto, e ho continuato a cercare le bollette del 2022 che tanto non troverò. E questa è forse l’unica cosa che ha senso tenere a mente: non è che a posteriori le cose si chiariscano. Non è vero che il tempo mette ordine. Il tempo mette altre cose sopra, e quelle sotto restano lì con la stessa confusione di prima. Solo che non ti ricordi più bene perché quella confusione sembrava la fine del mondo.
Penso a questa cosa quando qualche collega più giovane mi chiede un consiglio, come se avessi raggiunto una qualche saggezza. Non è saggezza: è solo un accumulo di esperienze che ormai non riesco più a ordinare in una timeline coerente. Ho smesso di tenere quaderni, ormai. Scrivo note sul telefono, che è un modo diverso di dimenticare. Forse tra dieci anni qualcuno troverà il mio iPhone in un cassetto e proverà a farlo funzionare per leggere i promemoria. Buona fortuna.