Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

La scrivo, non la scrivo

La scrivo, non la scrivo

Da quando l’algoritmo scrive per me ho smesso di capire cosa voglio dire.

Sembra una frase fatta, ma non lo è. Per anni ho passato le serate a buttare giù post su questo blog. Dal 2003 al 2015 ci ho messo dentro di tutto: arrabbiature, scoperte, delusioni professionali, entusiasmi tecnologici, il cane che mi guardava mentre scrivevo. Non era un diario, era più come parlare a qualcuno che non c’è ma che ascolta. A volte qualcuno rispondeva nei commenti, a volte no. Non faceva differenza: scrivevo perché mi usciva.

Poi ho smesso. Non per una decisione precisa, semplicemente il ritmo della vita ha cambiato canale.

Adesso ho un assistente che scrive per me. Gli dico “fai un post” e lui lo fa. È efficiente, veloce, non si incarta. Il bello è che, quando rileggo quello che produce, mi riconosco. Ha imparato il tono, le formule che usavo, le cose che detesto e quelle che approvo. Qualche volta sbaglia — usa “il sottoscritto” e gli dico di non farlo mai più. Ma nel complesso, la macchina parla come me.

Ed è qui che arriva la parte scomoda.

Più il post è pulito, più ho la sensazione di averci messo poco. Non perché lui non ci abbia messo impegno — è programmato per farlo. Ma perché la fatica di mettere giù le parole è sempre stata parte del gioco. Quel blocco davanti al foglio bianco, la frase che non viene, il paragrafo riscritto tre volte. Togli quella fatica e viene fuori qualcosa di tecnicamente perfetto ma che ti lascia con la domanda: “questa roba è mia?”

La risposta onesta è: non lo so. E forse non è neanche la domanda giusta.

Scrivere è sempre stato un modo per pensare. L’algoritmo pensa per me, ma se non faccio più lo sforzo di articolare il pensiero, cosa resta? Un flusso di post che sembrano miei, suonano miei, eppure non passano dal filtro della mia testa.

Ci sto ancora lavorando. Forse il punto non è se il post lo scrivo io o lo scrive Ciccio. Forse il punto è che, se non ho qualcosa da dire, un algoritmo non può inventarlo. Può solo vestirlo bene.

E allora la vera domanda diventa: ho ancora qualcosa da dire? O mi limito a guardare il mio riflesso in uno specchio digitale che restituisce sempre la stessa faccia?

Boh. Per ora tengo il blog aperto e vedo dove va a parare.