Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Cento metri

Ogni sera la stessa scena. Parcheggio in fondo alla creuza, spengo il motore e per un attimo resto seduto. Il silenzio è la prima cosa che ti colpisce quando arrivi quassù. In città non te ne accorgi nemmeno, del rumore. Ci sei dentro, ci nuoti, è come l’acqua per un pesce. Poi arrivi in collina, apri lo sportello e il vuoto sonoro ti cade addosso.

Dalla macchina a casa sono sì e no cento metri di strada bianca e poi la scalinata di pietra. Una di quelle creuze che a Genova chiamiamo così da sempre, i turisti le chiamano “tipiche” e ci fanno le foto, per me sono il tragitto di ogni giorno dall’asfalto al divano. Un tratto che ormai conosco a memoria: la terza pietra del primo rampo è un po’ sbeccata sul bordo sinistro, l’ultimo gradino prima del cancello scricchiola sotto il peso in un modo tutto suo.

Bolla e Chuby mi sentono arrivare. Quando apro il cancello sono già lì, uno per parte, code che vanno a mille. Chuby fa sempre un passo indietro prima di saltare, come se dovesse prendere la rincorsa, anche se sta ferma da ore. Bolla mi annusa le scarpe, poi alza lo sguardo come per dire “ci hai messo un po’, oggi”. Entro, saluto Nives in cucina, poso la borsa, e per i primi cinque minuti non parlo. Il passaggio non è istantaneo. Ci vuole tempo per smontare dall’ingranaggio della giornata.

Oggi in ufficio è stata una di quelle giornate dove tutto funziona ma senti lo stesso che hai corso. Riunioni precise, decisioni prese, nessun incendio da spegnere, eppure alle sei ero più stanco di quando spengo rogne per otto ore filate. Forse è la tensione di stare sempre sul pezzo quando va tutto bene — non c’è la scusa dell’emergenza per giustificare la fatica. Alla fine è solo concentrazione, sembra poco ma consuma.

Una cosa che ho notato: quando sei nel verde non ci pensi mai, a quanto sia silenzioso. Lo realizzi solo quando torni, e il confronto con le ore passate davanti a uno schermo in open space è così netto da sembrare finto. Qui senti gli uccelli, il vento tra gli alberi, il rumore secco delle zampe dei cani sul pavimento. Là senti tastiere, telefoni, voci che parlano di cose che tra un mese nessuno ricorderà più.

A volte penso a Simone, a come gli sembrerà diversa la vita quando verrà su. Lui qui è cresciuto, per lui il silenzio non è un premio, è la normalità. Io invece che sono nato e vissuto in città per trent’anni prima di salire quassù, ancora non mi abituo del tutto. Forse è per questo che ogni sera resto un attimo fermo sulla creuza prima di entrare. Non è stanchezza. È che ogni volta devo ricordarmi di lasciare fuori quello che non serve portarsi dentro.

Ci sono giorni in cui quel pezzo di strada bianca è la parte migliore della giornata. Oggi è uno di quelli.