Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Senior

L’altro giorno in ufficio c’è un nuovo collega, fresco di assunzione, che mi chiama “ingegnere”. Non sono ingegnere. Glielo dico. Lui insiste: “Ma sì, lei è un senior”. Senior. Come un cane. O un appartmento con l’ascensore e il videocitofono.

Non mi ero mai fermato a pensare a questa parola applicata a me. Poi mi ha chiesto se ero già in azienda quando hanno cambiato il logo. Ho fatto due conti: ero già in azienda quando lui andava ancora alle medie. E l’ho scoperto in modo indiretto, chiacchierando di robe informatiche: gli dicevo di un problema che risolvevamo con un certo tool, e lui mi guardava con la faccia di chi ascolta un reduce della Prima Guerra Mondiale che racconta delle trincee.

Non è che sia vecchio. È che il settore IT ha un ricambio generazionale talmente veloce che qui sembra di stare in una rotatoria: tu entri, fai il tuo giro, e quando te ne accorgi ci sono già altre macchine che si immettono mentre tu stai ancora decidendo se mettere la freccia. Intorno a me vedo gente che parla di Kubernetes come se fosse arrosto, che scrive script in Python con una naturalezza che a me è costata sangue, sudore e Stack Overflow.

La cosa divertente è che loro guardano me come io guardavo il sistemista che mi ha insegnato a montare un connettore BNC su un cavo coassiale, trent’anni fa. La stessa aria tra il reverente e il “cavolo, spero di non diventare mai così”.

Poi esco dall’ufficio, salgo in auto, guido verso casa. Mi fermo al semaforo, accendo la radio, sento una canzone che ho ballato al liceo. Adesso la passano su “Radio Italia Anni d’Oro” o qualcosa del genere. Cambio stazione. Alla fine metto il silenzio e guido. Forse è quello, il vero passo del tempo: quando smetti di avere bisogno della colonna sonora.

Beatrice ieri sera era a cena con noi, si parlava del suo ultimo esame all’università. Mi ha chiesto: “Papà, ma quando tu avevi la mia età, cosa facevi esattamente?”. Ho aperto bocca per rispondere e mi sono reso conto che non lo ricordavo bene. O meglio, ricordavo tutto, ma descriverlo a lei avrebbe richiesto tre premesse, un disclaimer e un’enciclopedia. Ho chiuso la bocca e mi sono limitato a: “Studiavo, lavoricchiavo, facevo cazzate come te”. Ha riso. Per fortuna.

Il nuovo collega mi ha chiesto se mi va un caffè domani. Credo sia un gesto di cortesia tra colleghi, ma in fondo potrebbe anche voler dire che ha bisogno di un consiglio. O forse vuole solo capire come si sopravvive trent’anni in questo lavoro senza diventare cinico. Se trova la risposta, me la dica.