Il primo caldo vero è arrivato e, come ogni anno puntuale come la TASI, scoppia la guerra dei condizionatori in ufficio.
Non so se esista un entomologo che abbia mai studiato le dinamiche di gruppo attorno a un termostato aziendale, ma sarebbe un campo di ricerca affascinante. Noi umani siamo capaci di spacchettare il genoma, mandare sonde su Marte e far funzionare Teams, ma non riusciamo a metterci d’accordo su quanti gradi debbano essere i 23 dell’aria condizionata in open space.
Ogni anno la stessa sequenza. Verso metà maggio parte il tam tam: “ma non si può accendere l’aria?”. Qualcuno, di solito un collega della postazione vicino alla finestra, dice che no, è ancora presto. Passano due settimane, l’umidità sale, le facce si allungano, e alla fine qualcuno prende l’iniziativa eroica di schiacciare il pulsante ON. Da quel momento, niente sarà più come prima.
Perché il condizionatore in un ufficio aperto non è un dispositivo di climatizzazione. È un test di convivenza civile. La collega che sta sotto la bocchetta si mette il pile a luglio. Il tizio dell’angolo opposto suda sulla tastiera. Quello con la camicia di lino (sempre lo stesso, che si veste come se andasse a una gita in barca a Portofino) dichiara che “con 26 gradi si muore”. Il sistemista che gestisce il server, quello con la felpa dei Radiohead, sta zitto e soffre, ma odia tutti.
C’è poi la fase due: il condizionatore portatile. Qualcuno, disperato, ne infila uno comprato su Amazon, lo attacca alla presa più vicina e fa partire il tubo di scarico verso una finestra socchiusa. La finestra socchiusa, ovviamente, vanifica il lavoro del condizionatore centrale. Scoppia un conflitto diplomatico che farebbe impallidire il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La fase tre è il triste aggiustamento: si alza la temperatura di mezzo grado. Il freddoloso si lamenta ancora. Il caldoso tira fuori un ventilatore USB. Qualcuno installa un termometro da pesca sul muro e twitta i dati in tempo reale. L’HR manda una mail con le “buone pratiche per il benessere termico” che nessuno legge. Alla fine si instaura un equilibrio precario, un armistizio armato che durerà fino a settembre.
Se ci pensi, è sorprendente: siamo circondati da sensori, AI, building automation, BMS che controllano impianti da milioni di euro, e l’unica metrica che conta davvero è: “io ho caldo” contro “io ho freddo”. Nessun algoritmo può risolvere questa equazione. È una questione di natura umana, primordiale, molto più antica del termostato digitale.
Per quest’anno, nella mia postazione, l’armistizio è firmato: pile leggero nel cassetto, ventaglietto cinese pieghevole (eredità di una fiera), e la consapevolezza che tra due mesi, quando sarà agosto e l’ufficio sarà semivuoto, avrò il termostato tutto per me. E lo metterò a 22 gradi, esattamente come piace a me. Vendetta.
A proposito di temperature: fuori ce ne sono 27 all’ombra. Tra mezz’ora esco, prendo la macchina bollente e affronto la statale. Almeno lì il termostato lo comando io.
Buon giugno.