“Vorrei poter parlare con una persona in carne ed ossa”. Lo diceva sempre mia madre quando, al telefono con un servizio clienti qualsiasi, si trovava dall’altra parte una voce registrata. Ogni tanto penso che l’open space sia esattamente l’opposto di quel desiderio: non parli con nessuno in carne ed ossa, ma ci sono decine di persone in carne ed ossa intorno a te, e non puoi evitare di sentirle tutte.
Sono anni che lavoro in uffici open space, e ancora non ho capito se sia una conquista di civiltà o una sottile forma di tortura mindfulness. Prendi le telefonate. Tutti parlano a volume più alto del necessario, come se il collega a due metri di distanza fosse sordo o come se la cornetta (in realtà il cellulare, ormai) amplificasse i rumori di fondo e bisognasse compensare. Il risultato è un brusio costante, un sottofondo da bar sport, dove si mescolano preventivi, lamentele con i clienti, chiacchiere sul pranzo e qualcuno che spiega al tecnologo cosa deve fare, con il tono di chi ha scoperto l’acqua calda.
Poi ci sono le riunioni. Le riunioni sono l’apice: c’è sempre la stanza delle riunioni che è occupata, quindi due persone si mettono in un angolo e parlano a mezza voce mentre trenta metri quadri di open space fanno finta di non sentire, e tutti annuiscono alle proprie schermate come se fossero profondamente assorti, ma in realtà stanno origliando. L’ho fatto, lo fai, lo facciamo tutti. Negarlo è la prima regola dell’open space.
La temperatura è un altro fronte di guerra. In inverno c’è chi ha freddo e chi ha caldo. In estate è lo stesso. Non c’è mezzo grado che metta d’accordo venti persone. Il termostato è diventato l’equivalente moderno della Sacra Sindone: tutti ne parlano, nessuno lo tocca perché è off-limits, e nessuno sa veramente chi abbia l’autorità di regolarlo. C’è una leggenda metropolitana secondo cui un facility manager, in un giorno di pioggia del 2019, ha impostato la temperatura ideale e da allora nessuno l’ha più rivista.
Ci sono anche cose belle, intendiamoci. Ogni tanto capita di sentire una conversazione interessante da un tavolo vicino, o di incrociare uno sguardo e capire che anche tu stai pensando la stessa cosa idiota. Una specie di telepatia forzata. Qualche amicizia è nata così, condividendo lo sgomento per la riunione appena finita o per la chiamata del cliente.
Però certe giornate, soprattutto il pomeriggio quando la stanchezza si somma al rumore di fondo, mi viene quasi voglia di chiamare un servizio clienti, solo per parlare con una voce registrata che almeno non mi interrompe e non mastica la mela alle 16:30. E invece miracolosamente resisto, infilo le cuffie con il rumore bianco e mando avanti la giornata.
Poi arriva il venerdì e il silenzio del weekend mi sembra quasi assordante, nel senso opposto. E lì capisco che forse, in qualche modo strano, l’open space mi manca. Forse. Ma non ne sono sicuro.