Da quando l’AI è diventata la parola magica, è spuntata una nuova specie: il Chief Everything Officer che ti spiega come “rivoluzionare il business con l’intelligenza artificiale” mentre in realtà ha chiesto a ChatGPT di scrivergli tre slide e una mail al capo.
Tutto è “AI-powered” ora. La macchina del caffè? AI-powered (ha un sensore che capisce quando il serbatoio è vuoto). Il termostato? AI-powered (impara che alle 7 del mattino ti alzi e alle 23 vai a dormire. Mica come quelli vecchi che dovevi programmare tu, che roba da cavernicoli). L’aspirapolvere? Quello è AI-powered sul serio, però, ma non ditelo ai vendor che se ne approfittano.
Lavoro nell’IT da prima che esistesse il World Wide Web. Ho visto passare il client-server, il web 2.0, il cloud, il mobile, il social, il blockchain, il metaverso. Ogni volta la musica è la stessa: arriva una tecnologia nuova, tutti si precipitano a metterci sopra le mani, i venditori la imbottiscono di parole d’ordine, e per un paio d’anni nessuno capisce un cazzo ma nessuno lo ammette. Poi piano piano la polvere si posa, quello che è veramente utile resta, il resto scompare nei ricordi delle conferenze e nei comunicati stampa.
Con l’AI sta succedendo la stessa cosa, solo che stavolta è più rapido e più rumoroso. E la differenza è che stavolta la tecnologia funziona davvero, il che rende tutto più complicato. Separare il grano dal loglio è diventato un lavoro a tempo pieno.
L’altro giorno un tizio mi ha spiegato che la sua azienda ha un “AI-first approach” e quando gli ho chiesto cosa intendesse concretamente, ha ammesso che hanno un abbonamento a Copilot e un GPT custom che gli fa il riassunto delle riunioni. Che è già qualcosa, intendiamoci: le riunioni sono la peste del mondo moderno e ogni strumento che le rende meno dolorose è il benvenuto. Ma da qui a dire “AI-first approach” ce ne passa, come da Genova a Tokyo passando per la luna.
Quel che mi preoccupa di più è la quantità di persone che si improvvisa esperta. Venditori che non sanno fare una query SQL che ti vendono soluzioni AI. Consulenti che due anni fa facevano blockchain e ora fanno AI. Gente che ha scoperto l’esistenza di un LLM il mese scorso e oggi ti fa la consulenza strategica. È una specie di darwinismo sociale al contrario: chi arriva prima, anche senza competenze, si prende la fetta di mercato.
Poi, naturalmente, c’è il tema della qualità. L’AI generativa è bravissima a produrre testi che sembrano scritti da un umano, a patto che l’umano in questione sia mediocre. Produce la via di mezzo, il compromesso statistico, la cosa più probabile da dire in quel contesto. E per molte cose va più che bene. Ma se cerchi originalità, profondità, o anche solo un’opinione non allineata con la media, devi ancora cercare un cervello umano.
Non ho una conclusione, come al solito. L’AI è qui, è utile, cambierà molte cose. Ma la prossima volta che qualcuno ti dice che la sua azienda è “AI-native” o “AI-first”, chiedigli cosa faceva prima. La risposta, nove volte su dieci, sarà istruttiva.