Ho un problema e me ne sono accorto ieri, mentre cercavo un PDF che sapevo di avere ma che non trovavo. Dopo venti minuti passati a setacciare cartelle con nomi tipo “documenti_varî_2015_OLD” e “BACKUP_DA_RAGGRUPPARE_3” e “varie_ed_eventuali_MA_NON_CANCELLARE”, ho capito due cose: primo, non esiste una versione di me stesso del passato che non abbia pensato “questo mi servirà, lo tengo”. Secondo: tutte quelle versioni di me stesso avevano torto.
La cosa si è ingigantita con gli anni, naturalmente. All’inizio erano solo documenti. Poi screenshot. Poi interi progetti software che non uso dal 2009. Poi backup di server che non esistono più, immagini ISO di sistemi operativi defunti, email con allegati di cui non ricordo il contenuto, e chat esportate da piattaforme morte e sepolte. Ogni file è accompagnato da una giustificazione mentale: “e se un giorno mi serve?” Spoiler: non mi è mai servito nulla.
Quello che mi preoccupa è che questo istinto accumulatore non parte dal raziocinio ma dalla paura. La paura di perderci qualcosa, di non essere in grado di ricostruire un contesto, di non avere una prova. Come se lo spazio disco fosse una specie di assicurazione sulla vita digitale. Più roba tengo, più sono al sicuro. Salvo che al sicuro non sono: sono solo sommerso.
Ieri ho trovato un file di testo chiamato “password_2011.txt”. Aperto. Trenta password, tutte per servizi che non esistono più, con nomi utente che non ricordo, per account che ho chiuso dieci anni fa. L’ho tenuto. Per sicurezza.
E poi stamattina, facendo spazio su un disco, ne ho trovato un altro: “da_leggere.txt”, datato 2013. Conteneva una lista di link a articoli su come ottimizzare Windows XP. Non l’ho cancellato. Non si sa mai.
Questa cosa mi fa sentire stupido e, insieme, mi dà una specie di pace. Come quei cassetti pieni di cavi di cui non sai la provenienza ma non butti perché “un cavo è sempre utile”. Lo so, non lo è. Ma se domani mi servisse un cavo SCSI a 50 pin, io ce l’ho. E questa consapevolezza vale tutto l’ingombro.
Forse è solo una versione digitale dello stesso istinto per cui ho ancora la prima chitarra che ho comprato. O forse è la nostalgia di un passato che non tornerà ma di cui voglio tenere traccia, un pezzo alla volta, un backup alla volta. O forse, più semplicemente, non ho mai avuto il coraggio di fare piazza pulita perché cancellare significa ammettere che quel pezzo di vita lì, ormai, è finito per davvero.
O forse no. Forse è solo pigrizia.
Probabilmente è pigrizia.