Qualche giorno fa un collega più giovane mi ha chiesto, con un misto di curiosità e pietà, come faccio ad andare in ufficio tutti i giorni. Lui lavora da remoto da tre anni, si sveglia cinque minuti prima delle riunioni, e considera l’idea di mettersi le scarpe un evento settimanale.
La domanda è legittima. Il mondo del lavoro IT — da sempre il mio mondo — ha scoperto lo smart working durante la pandemia e molti non hanno più messo piede in un ufficio. Io invece, ogni santo giorno, prendo la macchina, percorro la stessa strada, parcheggio nello stesso posto, saluto le stesse facce. Da sempre. Anche quando piove, anche quando è gennaio e buio alle cinque, anche quando non ho voglia.
Non è una questione di virtù. Non mi sento più virtuoso di chi lavora da casa, anzi. Per certi versi invidio chi può organizzarsi la giornata senza gli intoppi del pendolarismo, chi riesce a ritagliarsi del tempo che io perdo in macchina, chi non deve fare i conti con l’imprevisto di un ingorgo o di un treno soppresso. Però c’è qualcosa che mi tiene ancorato a questa abitudine, qualcosa che ho smesso di chiedermi da un pezzo.
Forse è l’effetto delle stagioni passate in casa, durante la malattia, quando la stanza da letto e il divano erano il mio perimetro. L’ufficio è un posto dove si va, dove si è — fisicamente, mentalmente — e dopo sei mesi passati a guardare lo stesso muro, ho riscoperto il valore di uno spazio diverso, di una separazione netta tra casa e lavoro. Ma è una spiegazione che mi sono dato dopo, non una ragione che avevo prima.
Forse è più semplice: il tempo passato in macchina è un limbo. Mezz’ora andare, mezz’ora tornare, con la musica a volume alto, senza dover parlare con nessuno. Ho passato al setaccio decenni di musica in quei viaggi, ho ascoltato podcast, ho ripensato a cose fatte e a cose da fare. La macchina è una bolla. E la bolla non mi dispiace.
Forse è anche il fatto che le cose, in ufficio, si risolvono più in fretta. Non ho nulla contro Teams o Zoom o qualunque diavoleria di comunicazione aziendale, ma c’è una differenza enorme tra scrivere “passi tra un minuto?” e incrociare qualcuno al corridoio. Ci sono decisioni che si prendono in dieci secondi davanti a una macchinetta del caffè e che per messaggio richiederebbero tre messaggi, due chiamate e un’email di riepilogo.
Non ho una risposta definitiva, alla fine. Non credo neppure che serva. Qualcuno vuole il remoto, qualcuno l’ufficio, qualcuno un ibrido studiato con il bilancino. Io vado tutti i giorni. Non so se è una scelta, una resistenza al cambiamento, o semplicemente l’abitudine che ha preso il sopravvento. So che la strada la conosco a memoria, che so esattamente dove mettere le frecce e quando scalare marcia, e che c’è una specie di pace in questo ripetersi. Una sequenza di gesti che non richiedono pensiero, e che lasciano la mente libera di andare dove vuole.