L’altra sera stavo giocando a Ghost of Tsushima sul divano, controller in mano, e a un certo punto mi sono accorto di essermi fermato a guardare un tramonto virtuale. Non per gameplay, non per una quest. Semplicemente la luce era bella e sono rimasto lì, fermo, cinque minuti buoni a guardare la direzione artistica.
Ho 61 anni. Il primo videogioco l’ho visto in un bar di Genova, era un cabinato con due paddle e una pallina bianca che rimbalzava: Pong. Da lì, Space Invaders, Pac-Man, i flipper, i primi computer con i giochi caricati da musicassetta. Ricordo di aver passato ore a cercare di caricare un gioco da un nastro, ascoltando quel rumore digitale che sembrava un modem impazzito, nella speranza che non ci fossero errori. Spesso c’erano.
Oggi gioco su PS5. Single player, solo narrazione. Modo facile, sempre. Perché a 61 anni la vita è già abbastanza difficile senza dover sudare per superare un boss. Non ho niente da dimostrare a nessuno, tantomeno a un algoritmo che mi vuole morto perché ho sbagliato il tempismo di una parata. Voglio la storia, i personaggi, l’atmosfera. Quello che un film non può darti: camminare dentro la storia, decidere dove guardare, quanto fermarsi.
Cyberpunk 2077 l’ho finito e rigiocato, e la seconda volta mi sono fermato ancora di più. Horizon Forbidden West ha delle albe che ti fanno venire voglia di vivere in un mondo post-apocalittico con macchine robotiche. Ghost of Tsushima è un haiku fatto gioco. Insomma, roba che da ragazzino non avrei mai immaginato: giochi che non ti chiedono di essere bravo, ma di essere presente.
Forse è solo l’età che cambia la prospettiva. Da piccolo volevo vincere, finire il gioco, battere il record. Adesso voglio abitare i mondi per un po’. Entrare, guardarmi attorno, e uscire quando ho finito di respirare quell’aria lì. Poi spengo tutto e vado a letto.
Niente di trascendentale, sia chiaro. Ma stasera ricomincerò The Witcher 3 per la terza volta, e so già che mi fermerò a guardare Velen dalla cima di una collina senza sapere bene perché. E forse, mentre lo faccio, penserò a quando avevo 15 anni e sganciavo monetine nel cabinato di un bar di Genova, e mi chiederò se quel ragazzino sarebbe contento di sapere che siamo ancora qui, a guardare schermi illuminati, a cercare di capire storie. Probabilmente sì.