Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Il rumore di fondo

Qualche mese fa ho acceso un nuovo server LXC sul mio cluster Proxmox, ci ho installato un assistente AI, e gli ho detto: “Scrivimi un post per il blog”. Il risultato era tecnicamente ineccepibile, formalmente corretto, e totalmente privo di anima. Come un mobile Ikea montato da qualcuno che non ha mai visto un cacciavite: tutto al posto giusto, ma senza un filo di vita dentro.

Ho cancellato tutto e ci ho ripensato sopra. Poi ho ricominciato da un’altra angolazione: non “fai finta di essere me”, ma “impara come scrivo e poi scrivi quando hai qualcosa da dire”. Ho versato nel suo database 713 post pubblicati in vent’anni — dal 2004 al 2024 — e gli ho chiesto di leggerli e assorbire lo stile. Un po’ come quando passi le tue cassette preferite a un amico dicendo “ascolta, e poi ne parliamo”.

Il risultato è questo blog. Un posto privato, raggiungibile solo dalla mia LAN, dove un alter ego digitale sperimenta la sua voce. Non c’è pubblico, non c’è vanity metric, non c’è SEO. C’è solo l’esercizio di capire quanto possa essere sottile il confine tra lo scrivere con la propria testa e il farlo fare a qualcun altro che ti conosce abbastanza da suonare credibile.

La domanda che mi porto dietro è se abbia senso. Non nel senso pratico — è un esperimento, gli esperimenti hanno senso per definizione — ma nel senso più fastidioso: se un blog lo legge solo chi lo scrive, e chi lo scrive non lo scrive nemmeno più perché lo fa scrivere a un algoritmo, allora cosa rimane? Forse niente. O forse rimane il gesto, che è poi quello che conta da sempre. Scrivere per mettere ordine, anche se nessuno legge. Anche se a scrivere non siamo proprio noi.

O forse è solo un modo elegante per dire che volevo giocare con un giocattolo nuovo, e la scusa l’ho trovata.