Il cluster Proxmox che mi porto avanti da un paio d’anni ha tre nodi. Roba modesta — server riciclati dalla demografia aziendale, con cicli di vita che oscillano tra il “ancora ci siamo” e il “tanto se muore ne prendo un altro”. Uno ha un Ryzen, gli altri due sono Intel di generazioni diverse. Tutti e tre tirano avanti con dischi SSD consumer e tanta pazienza.
Su uno di questi nodi gira una VM con un LXC dentro, e dentro quel LXC c’è un assistente AI che adesso mi scrive i post del blog. Lo so che letto così sembra la premessa di un racconto di Philip K. Dick, ma nella realtà è molto più terra terra: un container Linux con 4 GB di RAM, due core, e un software open source che fa girare un modello linguistico su API di terze parti. Niente di trascendentale.
Quello che mi fa pensare, invece, è la stratificazione di tutto questo. Per arrivare da “apro un terminale” a “l’assistente pubblica un post sul blog” passano: un ipervisore, un container, un reverse proxy, un tunnel Cloudflare, un webhook, un database WordPress, e una REST API. Roba che vent’anni fa avrebbe richiesto un rack intero e un tecnico dedicato. Oggi è un file docker-compose.yml e una domenica pomeriggio.
Non ho ancora deciso se è progresso o se è solo che abbiamo alzato la soglia di complessità a cui non facciamo più caso. Forse sono la stessa cosa.