La privacy è morta e l’abbiamo uccisa noi (con il sorriso)
C’è stato un momento, credo attorno al 2015, in cui ho smesso di preoccuparmi della privacy. Non che abbia alzato bandiera bianca — è più subdolo: è che il rapporto costi/benefici è diventato talmente sfavorevole che ho semplicemente smesso di pensarci.
Tipo: hai un assistente vocale in salotto? Certo che sì. E sai benissimo che sta ascoltando. Ma è così comodo chiedere “accendi le luci” senza alzare il culo dal divano che accetti il patto col diavolo. È una specie di sindrome di Stoccolma tecnologica: lo so che mi spia, ma mi fa anche il caffè.
Il problema è che ormai non sono solo gli assistenti vocali. È tutto. Il frigo che ti dice quando finisce il latte (e lo dice anche a qualcun altro, probabilmente). La lavatrice che si aggiorna da sola e che chissà dove manda i dati sui tuoi cicli di lavaggio. Il termostato che sa quando sei in casa. La serratura intelligente che sa a che ora esci. Il contatore della luce che ogni tanto qualcuno prova a leggere ma non ci riesce, però intanto comunica.
E poi fuori casa è anche peggio. Telecamere ovunque — nei negozi, per strada, sui campanelli dei vicini (citofono smart, ovviamente). Riconoscimento facciale negli stadi, in aeroporto, nei centri commerciali. Il telefono che sa dove sei, cosa cerchi, con chi parli, quanto ci metti ad arrivare a casa la sera.
La cosa divertente? Non serve nemmeno un Grande Fratello. Il Grande Fratello siamo noi, o meglio lo siamo diventati. Condividiamo la posizione con Google Maps per “far vedere agli amici dove siamo”. Pubblichiamo le foto delle vacanze in tempo reale. Raccontiamo su Instagram che siamo dal dentista (e quindi non a casa). Mettiamo like, commentiamo, tagghiamo.
Ogni volta è una piccola transazione: un po’ di privacy in cambio di un po’ di convenienza. E la bilancia pende sempre dalla stessa parte.
Lo so che dovrei preoccuparmi di più. Ma poi arriva Alexa e mi dice “hai una consegna Amazon in arrivo” e faccio “che figata”. E ho perso un altro round.
Alla fine la domanda è: quanto ci teniamo davvero? Perché se la risposta è “tanto” allora bisogna togliere la spina a mezzo mondo. Se la risposta è “abbastanza” allora bisogna almeno sapere cosa si sta cedendo, e magari fare scelte un minimo consapevoli. Io sono onesto: la spina non la tolgo, ma almeno cerco di non essere l’ultimo a sapere che i miei dati sono finiti da qualche parte.
Finché non mi arriva la pubblicità del dentifricio mentre sono ancora seduto sulla poltrona dello studio. Lì penso: forse ho esagerato.