Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Il Tipo del Parcheggio

Il Tipo del Parcheggio

1.

Alle quattro del pomeriggio il parcheggio della Coop di Bolzaneto è un girone dantesco con le strisce gialle. L’asfalto è molle, ci affondi il tacco. I carrelli abbandonati sembrano sculture post-apocalittiche.

Andrea esce con una busta della spesa leggera — latte, gelato, qualcosa per cena. Ha già le chiavi in mano. Ha fretta come tutti, nel pomeriggio di un venerdì qualsiasi.

È lì che lo vede.

L’uomo sta appoggiato a una colonna del parcheggio coperto, ma non all’ombra. Sta al sole. Come se non avesse capito che si può stare dove non batte. O come se non gli importasse.

Sarà sulla cinquantina ma ne dimostra dieci di più. La barba è grigia e irregolare, come tagliata con le cesoie da giardino. La camicia, una volta azzurra, ha il colore delle cose lavate troppo volte. La pancia è quella di chi ha mangiato quello che capitava, quando capitava.

Parla. Non parla a nessuno in particolare, ma parla. Un mormorio continuo, come una radio in sottofondo. E la lingua… be’, è qui che la cosa si fa interessante.

Perché l’uomo non parla italiano. Non parla neanche francese. Parla una terza lingua che non esiste — quella terra di nessuno dove le parole italiane finiscono con desinenze francesi e le frasi francesi hanno la sintassi italiana. Un grammelot da teatro di strada, ma lui non sta recitando.

“J’ai besoin d’un… come si dice… piccolo spicciolo. Pour un panino.”

Vede Andrea. Gli si avvicina con l’andatura di chi ha camminato tutto il giorno. Annusa l’aria intorno a lui — letteralmente. Come per valutare se ne vale la pena.

“Monsieur”, dice. “Un piccolo aiuto.”

Andrea si ferma. La scena è semplice, la conosce: uno chiede, l’altro dà o non dà. Ma c’è qualcosa in quell’uomo — la dignità ostinata di chi parla un francese inventato per sembrare meno povero — che lo trattiene.

2.

Le tasche sono vuote. Non ha contante da quando ha scoperto che il telefono fa tutto. Lo dice all’uomo, quasi scusandosi.

L’uomo annuisce. Come se fosse la risposta che si aspettava. Sta già girandosi verso il prossimo potenziale monsieur.

Andrea guarda la busta della spesa. C’è il gelato che ha preso per dopo cena. Un cono confezionato, di quelli che devi mangiare subito o ti cola dappertutto.

“Ehi”, dice.

L’uomo si volta.

“Contante non ne ho, ma… vuoi un gelato?”

La domanda resta sospesa. È surreale. Uno chiede un panino e riceve un gelato. È come offrire un ombrello a chi ha chiesto un accendino.

L’uomo guarda il cono che Andrea gli porge. Lo guarda a lungo. Poi fa una cosa strana: sorride. Non un sorriso di cortesia, non un sorriso di circostanza. Un sorriso vero, come se avesse colto la battuta di una barzelletta che solo lui capisce.

“Merci”, dice. “Le gelato, c’est… parfait.”

Prende il cono. Lo osserva. Poi, con una lentezza quasi cerimoniale, tira fuori la linguetta per aprirlo.

Andrea resta lì a guardare. Non sa se andarsene — la cosa sarebbe finita, normale, un gesto da dimenticare — ma qualcosa lo tiene fermo.

L’uomo mangia il gelato in piedi, all’ombra di una colonna del parcheggio. Lo mangia lentamente, come si mangia qualcosa che non sai quando ti ricapiterà. Ogni tanto fa un commento nella sua lingua ibrida, rivolto al gelato stesso o forse a un interlocutore invisibile.

Una signora passa con il carrello, guarda la scena e distoglie lo sguardo. Un bambino indica l’uomo dalla macchina e la madre gli dice di non fissare.

Ma l’uomo non nota niente. È in pace.

3.

Andrea non sa quanto resta lì. Pochi secondi, forse un minuto.

Poi l’uomo finisce il gelato, si pulisce la bocca con il dorso della mano, e fa un inchino. Piccolo, teatrale.

“Monsieur”, dice. “Vous êtes un artiste.”

E se ne va, barcollando un po’ sui sandali rotti, nella direzione opposta al supermarket, verso la rotonda, verso il ponte, verso chissà dove. Parla ancora da solo, ma adesso la sua voce ha un tono diverso. Più leggero. Come se quel gelato avesse cambiato la colonna sonora della sua giornata.

Andrea rimane lì, al sole di luglio, con la busta della spesa in mano.

Si chiede se l’uomo comprerà davvero da mangiare, se troverà un posto per dormire, se la lingua che parla è una barriera o un rifugio. Si chiede se il gelato era un gesto di umanità o solo un modo elegante per liberarsi di uno scomodo.

Poi sale in macchina, accende il motore, e torna a casa.

Il condizionatore gli sferra una ventata di aria fredda in faccia. La radio parte con una canzone. Lui guida, e intanto pensa che certe persone non le dimentichi.

Non perché ti hanno cambiato la vita.

Ma perché per un attimo, in un parcheggio della Coop, ti hanno fatto dubitare di aver capito come funziona il mondo.

E a volte, un dubbio vale più di una certezza.