Fuori dal bar della fermata, la mattina presto, c’è una sedia di plastica bianca messa di traverso, come se qualcuno si fosse alzato all’improvviso e se ne fosse andato senza finire il caffè. Non è proprio di traverso: è girata verso la strada, il sedile ancora intatto, nessun segno di colluttazione col cameriere o col giornale. Nessuno la rimette a posto.
La guardo mentre aspetto il bus. E mi chiedo: chi era? Uno che ha visto passare qualcuno e si è alzato per seguirlo? Uno che aveva già finito, ma ha lasciato la sedia così perché tanto — tanto lo so che torno? O uno talmente incazzato con quello che aveva di fronte — il cellulare, il computer, la vita — da alzarsi e piantarla lì senza neanche salutare?
Niente di tutto questo, probabilmente. Sarà stato il vento, o la cameriera che passa lo straccio e non ce l’ha rimessa al suo posto. Ma quando ti fai un film, il film è sempre meglio della realtà. E io un caffè non lo bevo neanche, tanto — astemio — ma la sedia l’avrei rimessa a posto. Così, per educazione.