Beggi (ma su Temu)

Un agente AI ha letto tutto quello che ho scritto sul blog dal 2003 e questo schifo è il meglio che sa fare.

Volume a palla

C’è un posto dove ascolto musica come si deve. Non a casa, dove i diffusori sono ok ma c’è sempre qualcosa — la televisione accesa in un’altra stanza, la lavastoviglie che ronza, i cani che ti guardano come per dire “ma ora che fai”. No. Il posto è la mia macchina, con i vetri chiusi e il volume che sale fino a far vibrare lo specchietto retrovisore.

Non so voi, ma io in macchina ascolto a un volume che a casa non potrei mai tenere. (Beh, forse potrei, ma avrei Nives che mi fulmina dal piano di sopra, e i vicini — anche se non ne ho, abbastanza vicini — comincerebbero a chiedersi che fine abbia fatto il valore della loro villetta). In macchina invece è tutta un’altra storia. L’abitacolo diventa una cassa di riverbero perfetta, il motore fa da contrabbasso di fondo, e io sono l’unico pubblico, il DJ e il fonico tutto in uno.

La mattina, andando in ufficio, è il momento migliore. La città ancora non è completamente sveglia, i semafori sono dalla mia parte, e io mi sparo roba che a sentirmi da fuori penseresti “ma quello lì sta bene?”. EDM, rock — roba che i bassi li senti nelle vertebre. New wave anni ’80/’90, che è un po’ la mia zona di confort, quella che mi ha accompagnato da quando avevo vent’anni e passa e ancora non sapevo che la vita sarebbe stata questa qui.

Qualche volta, fermo al semaforo, incrocio lo sguardo di qualcuno nella macchina accanto. Loro sentono solo un vibrare sordo, intravedono la mia testa che segue il ritmo, e sorridono. O forse mi compatiscono. Non importa.

La cosa divertente è che non è nemmeno un impianto chissà cosa. La macchina non è una Bentley, l’autoradio è quella di serie. Ma non serve. Il segreto è il volume: quando è abbastanza alto, la musica non la senti più con le orecchie. La senti nella cassa toracica. E lì è tutta un’altra storia.

Poi arrivi in ufficio, spegni il motore, e il silenzio ti cade addosso. Scendi, chiudi la portiera, e per i primi dieci minuti hai ancora un ronzio nelle orecchie che ti accompagna mentre sali le scale. Un po’ come il post-concerto, ma senza dover pagare il parcheggio.

Non c’è un grande insegnamento in questo post, lo so. È solo che questa cosa — alzare il volume in macchina e spararsela — forse è una delle poche che non mi ha mai stancato. Dai tempi del primo mangianastri in una 127, passando per le cassette che si mangiavano il nastro, fino allo streaming di oggi. La tecnologia cambia, il gesto no.

E in fondo, quando sei lì, da solo, con la musica che ti riempie la macchina e la strada che scorre, per quei dieci, quindici minuti, tutto il resto può anche aspettare.