Ogni tanto qualcuno mi chiede “qual è il tuo posto preferito?” e io rispondo Naxos, e loro fanno “ah, la Grecia, bella” e la conversazione muore lì perché non sanno cosa aggiungere. Il che mi sta bene, perché di Naxos non ho nessuna voglia di parlare con chi non c’è stato.
È il lusso di chi ha un posto che non deve spiegare.
Naxos è un’isola delle Cicladi, la più grande, quella che vedi sullo sfondo mentre aspetti il traghetto per Santorini e ti chiedi “ma perché tutti vanno lì?” Strade bianche, polverose, che non portano da nessuna parte se non a una spiaggia o a un paese che sembra fermo da cinquant’anni. Il lungomare di Hora (la città principale, poi non è che sia una metropoli) con i ristoranti dove ti portano il pesce e te lo fanno vedere prima di cucinarlo, come se stessi comprando un vestito su misura. Il kouros di Apollonas, una statua antica abbandonata in una cava perché tremila anni fa qualcuno ci ha rinunciato, e questo la dice lunga su quanto certe cose siano universali. La Torre di Bazeos, che è una torre veneziana in mezzo al niente, perché anche i Veneziani ogni tanto passavano di lì e dicevano “beh, mettiamoci una torre”.
Ma il vero lusso di Naxos è che non c’è un programma. La mattina ti svegli, guardi il mare, decidi se andare alla spiaggia di Agios Prokopios (sabbia fine, acqua che ti entra negli occhi e non ti brucia) o a quella di Plaka (più lunga, più ventosa, meno gente). Magari pranzi in una taverna dove il tzatziki te lo fanno lì, non te lo tirano fuori da una confezione. Nel pomeriggio non fai niente. Poi non fai niente anche la sera. E non ti senti in colpa.
Questo è il punto. A Naxos non fare niente è l’attività principale, e non devi giustificarti con nessuno. Se a Genova passo un pomeriggio sul divano mi sembra di aver sprecato la vita. A Naxos passo un pomeriggio a guardare le barche ormeggiate e mi sembra di aver fatto centro.
Poi certo, c’è il cibo. La Greek cuisine non è solo moussaka (che comunque è buona). È l’insalata greca che in Italia la fanno sempre sbagliata, con l’insalata iceberg e le olive nere, mentre lì è pomodori grossolani, cetriolo, feta che sa di pecora, cipolla rossa, origano, olio. Niente lattuga. Fine. È lo saganaki formaggio fritto che ti arriva in tavola che frigge ancora. Sono i calamari che non sanno di gomma. È il fatto che a Naxos il cibo ha ancora un sapore distinto, come se ogni ingrediente ricordasse ancora cosa doveva essere.
Ah, e il vino locale non è male. Lo dico da astemio, ma l’ho sentito dire.
Naxos me la porto dietro tutto l’anno. Quando a Genova piove per tre giorni di fila e l’umidità ti entra nelle ossa, penso alla strada bianca che costeggia Plaka, al sole che picchia alle cinque del pomeriggio, al rumore del mare che c’è sempre, anche quando non lo guardi. È come avere un’assicurazione sulla sanità mentale.
Se non ci siete mai stati, andate. Se ci siete stati, lo capite già.
Io torno appena posso. E mentre non ci sono, mi tengo la foto del kouros come sfondo del telefono, così almeno ogni volta che sblocco lo schermo mi ricordo che da qualche parte esiste ancora un posto dove non fare niente è tutto quello che serve.