Ho finito Ghost of Tsushima l’altra sera. Modalità facile, naturalmente.
Qualche anno fa mi sarei vergognato ad ammetterlo. Giocare a difficoltà facile era roba da principianti, da persone che non avevano i riflessi o la pazienza per “meritarsi” il gioco. Io ero cresciuto con gli sparatutto in prima persona su PC, con i punteggi online, con la soddisfazione di finire un livello al massimo della difficoltà. Abbassare la difficoltà era una resa, una sconfitta.
Poi è arrivato un tumore, otto cicli di chemioterapia, e una certa quantità di energia e attenzione da spendere con saggezza. Improvvisamente la vita aveva risorse limitate, e il tempo speso a rigiocare lo stesso combattimento diciotto volte perché il boss mi faceva secco non sembrava più una sfida legittima. Sembrava una perdita di tempo. Tempo che, scoprivo, era diventato più prezioso di quanto pensassi.
La PS5 l’ho presa proprio durante la malattia. La terapia infusionale durava ore, e tra una flebo e l’altra un mondo finto da esplorare era meglio di un mondo vero da subire. Horizon Forbidden West me lo sono goduto quasi tutto in day hospital. I robot dinosauri distraevano più dei programmi tv della sala d’attesa, credetemi.
Da allora ho smesso di sentirmi in colpa per la difficoltà facile. Non gioco per dimostrare niente a nessuno, non ho più sedici anni e non devo impressionare amici su forum. Gioco per le storie, per l’esplorazione, per quei momenti in cui ti fermi su una collina virtuale a guardare un tramonto e ti dimentichi per un attimo dove sei veramente. Cyberpunk 2077 l’ho finito così, godendomi ogni angolo di Night City senza lo stress di dover mirare al millimetro. E sapete cosa? La storia funziona lo stesso, i personaggi sono vivi lo stesso, le emozioni arrivano lo stesso.
Ho provato a spiegarlo a mia figlia Beatrice, che è dell’era “git gud” dei giochi online e mi guarda come se fossi un dinosauro. Mi ha detto che capiva, ma ho visto la perplessità nei suoi occhi. Forse è vero che ogni generazione deve arrivarci da sola. O forse è vero che certi privilegi, come il tempo libero da sprecare in sfide inutili, ce li si può permettere solo quando non hai ancora affrontato sfide vere.
Qualche giorno fa un collega più giovane mi ha detto: “Ma come fai a giocare a difficoltà facile? Non ti senti di aver sprecato il gioco?”. Gli ho risposto che mi sento di aver sprecato il gioco quando muoio venti volte di fila e non arrivo mai a vedere come va a finire la storia. Lui non era convinto. Forse un giorno lo capirà. Spero per lui che non debba arrivarci attraverso la stessa scuola che ho frequentato io.
Nel frattempo ho iniziato un nuovo gioco. Sempre facile. Sempre bello. Non credo di tornare indietro.